Maggio

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Le nuvole che entrano dalla finestra sotto forma di immagine bidimensionale 

          cadono sul piano lucido della cucina, un intero cielo in un riflesso.


Non ho nulla a cui aggrapparmi e cado anch'io.


La noia mi ha liberato senza paracadute sopra il piano della cucina, a mille 

          millimetri di quota: verso il cuscino riflesso di nuvole bianche, fischio

          del vento, stomaco in gola. Terrore primordiale di un inarrestabile 

          venirsi incontro. 


Che posso fare? So che le nuvole non mi tratteranno, che attraversandole 

          continuerò a cadere, accelerando. Il tempo è troppo breve perché possa 

          evolvere in uccello.


Irrazionale, prego allora che le nuvole si facciano cotone o gommapiuma. È 

          così che si scongiura l'impensabile: con una speranza meglio impensabile. 

          Ragionerò con la coerenza del vapore. Rimbalzerò su nuvole soffici e 

          non mi farò male.


Poi dovrò imparare a saltar giù, perché su una coltre di nubi non si vive. Ma 

          questo è un problema per il dopo, per il pomeriggio degli eventi.


Il vento della discesa mi distorce la bocca in un sorriso ferino. Mi specchio 

          nella mia smorfia.

Scarbo scappa da un lato all'altro
della tastiera e le dita guizzando
quasi lo acchiappano: non una stilla
di sudore per la piega della schiena
nuda della pianista che volentieri
attizza opinioni pro o contro
nello scrollo del video, e che sia
un corpo a suonare è l'incredibile,
corpo che intanto digerisce e secerne
muco e congiura proteine per tenere
dritta la barra dell'omeostasi
e nonostante tutto muore. Ma
ciò non cura il pubblico sullo
sfondo del triplice metabolismo
on line, on camera e on air, né
lo cura Ravel: che di certo voleva
dire, ma cosa esattamente
e perché – oltre a dare un giro
di chiave alla molla della pendola
– lo sa forse il demonietto in attesa
dietro la tempia, già pronto
a scordargli lo strumento

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Che Brahms avesse conosciuto la sera,
il primo vasto sorso d'aria dopo un pianto,
l'abitudine del passato remoto di chiamare
sottovoce dalla stanza accanto ripetendo
più volte la stessa frase, è sensato:


ma che sapesse anche di Pordenone,
della luce gialla scialbata sulla carta
da parati anni ottanta, il perdurare
dei tristi condomini che esistono
per decenni anche di notte e di domenica:
questo sorprende, come il mio continuare
imperterrito dentro il nome di un ragazzo


che allora non conosceva l'intermezzo
opus centodiciotto numero due e pure
ora si riascolta riascoltandolo.

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(Che Brahms avesse conosciuto la sera,)
il vezzo di cominciare con una dichiarativa,
(il primo vasto sorso d'aria dopo un pianto,)
immagine dolce, ci può stare, e poi ovviamente
(l'abitudine del passato remoto di chiamare)
in causa le forme pure a priori, ma sempre
(sottovoce dalla stanza accanto ripetendo)
la solita richiesta di attenzione, pure
(più volte), data la solitudine a cui siamo
condannati, nel(la stessa frase, è sensato:)


ma che sapesse anche di Pordenone,
(oh, giusto, si parlava di Brahms,
simpatico l'anacronismo – anatopismo? –)
della luce gialla scialbata (bisognava
chiamare in causa anche Montale) sulla carta
da parati anni ottanta, il perdurare
(yawn) dei tristi condomini che esistono
per decenni anche di notte e di domenica:
(l'hai detta, ammettilo: era qui che volevi
arrivare, ed è scoperta gradita, lo concedo, e)
questo sorprende, come il mio continuare
imperterrito dentro il nome di un ragazzo


che allora non conosceva l'intermezzo
opus centodiciotto numero due (sento
che è tempo per la chiusa,) e pure
(manca qualcosa anc)ora (e non so cosa
in questa voce che) si riascolta
riascoltandoti (e ora tace)

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Cinguettano i passeri nella siepe
e il campo è la pubblicità del bene
in coda a tutti i video del meriggio:


a maggio il sole lancia la sua nuova
pagina social e subito fioccano i pioppi
e non c'è più scusa per non essere felici:


non nasconderti, ansia da prestazione,
difetto sordido, esci alla luce,
anche solo di scorcio, sorridi


allungando il braccio per entrare tutto
nel riquadro ipersaturo della primavera:
mostra intera la tua colpa fuori moda


di voler sentirti vero.

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Il contorno
dei bambini che giocano.


Fuori,
nella periferia degli anni,
i genitori sollevano i telefoni
oltre lo steccato delle teste.


Più lontano ancora,
dentro il bordo di questa pagina,
si sorride piano della scena


ma sia chiaro, senza una maniglia
cui aggrapparsi per non scivolare
quando il tempo fa lo sgambetto.


Solo i bambini si rialzano
solo i bambini
scappano sempre fuori dal video

In caso di spigolo
mensola
anta lasciata aperta


dopo lo squarcio e l'urlo


riavvicinare in fretta
i lembi di pelle spaccata


prima che si vedano
i pensieri tutti nudi
fintamente spauriti
prima che escano latrando
i cani della voglia
che barrisca
l'elefante dell'obbrobrio
finalmente libero


prima che si veda
il lato interno del cranio
levigato a specchio


e da un angolo della mente
si senta il filo d'acqua
di una bimba che piange


(poi, ovviamente,
tamponare il sangue)

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Dovrei volerti più bene
ne meriti molto di più


ma ho imparato l'amore come a nuotare
o come la cosmologia,
senza talento naturale


e come – dimenticavo – la poesia,
scialbo surrogato di altri modi
meno complicati di dire
quel che già sai


Ma purtroppo mi è toccato essere me
per parlare con te

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Prendi il vialetto del parco
il percorso di minima decisione
lungo il letto d'erba
sotto il mare di fronde
sopra il battibecco del ponticello
nella monotonia della ghiaia
scopri la soluzione dei campi
al problema dell'horror vacui
cento metri più in là c'è un cancello chiuso
fermati
fa ritorno


e poi, a distanza di qualche giorno
prendi il vialetto del parco
il percorso di semplice ripetizione
lungo la sponda d'erba
sotto il ragionamento di fronde
sull'incertezza del ponte
nella burocrazia della ghiaia
quasi alla stessa ora
quasi lo stesso cielo
cento metri più in là il cancello è aperto


fermati


fa ritorno

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Contro ogni regola di storytelling,
accumulato assieme alle sue poche cose
in sacchi per la spesa sotto un tabellone
pubblicitario di stazione prima dei tornelli,


immobile mattina e sera per due giorni
di seguito, un solo piede sgusciato dalla scarpa
senza chiedere, senza odore, solo una palpebra
accesa spenta al ritmo delle andate e dei ritorni:


dovrei dirlo in endecasillabi? farne un simbolo?
dargli una voce che non ho udito? – Neanche quando
ti sei avvicinata e gli hai offerto un panino


che non sapeva non avvelenato, ottenendo
di farlo scomparire al turno successivo:
con che diritto? e i versi che sto macchinando?

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