Geopolitica della buona notte

Il bassopiano sarmatico della notte
tirato sull'Europa dalla testa ai piedi,


la sistole circadiana dei caloriferi,
l'ultima playlist di soft piano music


to help you sleep: il dormiveglia commuta
in viaggio pompato a ritroso sui gasdotti


fino all'ipotetico nodo d'interscambio
(lampade ai vapori di sodio, sibilo


dei manometri, rete metallica
a contenere l'avanzata della steppa)


e accelera la fuga pazza da sé stesso.
È stata una giornata troppo lunga


anche per lo stupore di fronte ai grandi
rubinetti arrugginiti del benessere


comprato a caro prezzo. Non fa in tempo,
il dormiveglia fantasmatico, a scorgere


oltre il casotto in cui dormicchia
Alëša o Mitja su una poltrona girevole


nello sfarfallio azzurro d'uno schermo
la continua replica dell'attonita


realtà: la sterpaglia attorno
alle piazzole in ombra, gli animali


della notte e della pena assiderata,
le frange di vissuto ad infima


risoluzione, e sullo sfondo i lumi
del primo di centomila villaggi


fiochi, come inghiottiti da un abisso
o ad occhi chiusi. Il torpore non li coglie


e allora oltrepassa la flangia (gas
naturale della coscienza che si oppone


al proprio venir meno con un exploit
di illusione) e monta la corrente, su su,


verso i campi di Jamal e di Urengoj
alla sorgente del sapere. Da non credere


che anche in fondo alla corsa a perdifiato
le cose tacciano nella lingua di sempre


(ma ugualmente non perde dettaglio la texture
nell'allucinazione della tundra: è proprio


questa gettata di torba, questa
polla glaciale, questa particolare


bacca d'erica incisa da un insetto)
e la teoria di neutri singolari


continua sotto strati di geologia
nel C-C-C imperterrito della catena


alifatica che accende le caldaie
e alimenta la guerra. L'io del primo


sonno sfiata dall'ugello: eccolo,
purificato dalla risalita, lucido


d'idrocarburo, decompresso in aumento
di entropia anche il suo persistente


bisogno d'essere preso con… e finalmente
libero, blatera


di cultura e cause
e ricorsi storici e sangue


fra le righe di questo plissé
mal sforbiciato da un sarto


ubriaco: al cospetto del grande azzeratore
boreale, che non ha orecchie e giustamente


non ascolta. E allora il termine credibile
è il dito puntato su coordinate random,


l'omino-cursore di Google Maps in caduta
frenata sull'ultimo avamposto: cortile


post-sovietico, due file di finestre chiuse,
intonaco sfogliato, erba matta, lo strazio


di una tramonto che dura generazioni, la luce
accesa al primo piano: Ivan che dopo il turno


all'impianto di stoccaggio sfoglia un catalogo
stropicciato di macchine per la trivellazione,


il samovar già freddo, e dietro un muro
sottile come il secolo, altro dolore inane:


Kirill precipitato nella feccia del decimo
bicchierino, Oksana che rammenda le calze,


Boris che dorme in anticipo la lezione
di chimica di domani… – immagino soltanto


e così credo di capire, il vetro
è appannato dal mio fiato, non c'è viaggio


che porti da nessuna parte, non spirito
che soffi sotterra nell'arsura come sulle acque:


in origine era la distanza
incolmabile, vuoto siderale a riempire


la fessura tra occhio e palpebra.