Aprile

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Fermare la macchina sul ciglio, spegnere
il motore, scendere, scrocchiare dita e spalle,
prendere la via del campo.


Infangarmi le scarpe, bagnarmi il lembo
dei pantaloni. Affondare nelle zolle
arate di fresco. Allontanarmi dal rumore,
il soffio sull'asfalto di chi di tanto
in tanto passa e non guarda, lo striscio
che muore in eco. Cercare dove il cielo
s'intinge nella terra, prima della fila
dei gelsi, prima del boschetto
su cui incombe la nube. Accovacciarmi.


Raccogliere una manciata di terriccio
e guardarlo. In mezzo all'indistinto,
al vasto del pomeriggio, ammattire
e commuovermi per il lombrico, l'afide,
il granulo polimorfo, il rigurgito di dettaglio
anche in un pugno anonimo, non fatto per essere
cercato, per essere raccolto. Piangere.


E poi rialzarmi, lasciar cadere l'humus,
muto ritornare. 

                         Cosa che non ho fatto,
cosa che avrei potuto fare.

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Lavati le mani
anche sotto le unghie,


stai seduto composto,
non sdraiarti per terra,


datti una rassettata, guardati,
sei tutto sporco di terra,


guardami quando ti parlo,
è modo di giocare questo,


chi ti ha legato i polsi,
chi ti ha sepolto la testa,


rispondi, sono tredici giorni
che ti chiamo per il pranzo,


mi farai diventare matta,
sono stati quei disgraziati


dell'altro blocco,
andrò a dirne quattro


alle loro madri, e anche tu
farai una brutta fine


se non mi ascolti, ma ora
esci da sotto terra,


lavati le mani e
smettila di essere morto,


tocca sempre a noi madri
pulire

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Il corpo è vero finché è vivo:


guardate questi, invece:
spalle appendiabiti,


mani come fermacarte,
gambe e braccia materiale


da imballo, le teste
cavità nella terra gettata:


come qualsiasi oggetto
mentono la propria morte,


stanno come lettere sforbiciate
sul selciato e ognuno ci legge


ciò che vuole, e quando
bruciano non dicono niente:


la cenere contraddice,
va negli occhi, non è Oksana


che ha subito la canna
del fucile tra le gambe,


non è più Andriy che ha tenuto
il manubrio mentre il mondo


cadeva, non è Mykola
che ha domandato pietà


attraverso la nuca

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La verità è la prima
a morire – magari:


la verità è stuprata a sangue
torturata ma tenuta in vita


perché legga alle telecamere
la dichiarazione ufficiale


chimera ricostruita
ricucendo membra raccolte


dalla scena dell'esplosione
a immagine e somiglianza


dei suoi creatori
costretta ad azzannare


le proprie teste d'idra
nel tifo del telematico


combattimento di cani
la verità sopravvive a stento


supplica il colpo di grazia
che non arriva

E pensare che il buon vecchio Bach ne aveva
venti, non tutti piccoli assieme, natürlich,
e spesso malati, rami monchi dell'albero
genealogico, negati tanto all'archetto
che alla riproduzione, eppure anche a turno
casinisti (immagino) come solo i bimbi
prima della difterite, su e giù per quelle
scalette di legno inseguendosi in fuga,
e tra loro e gli altri scaldabanchi
della Thomasschule il Director Musices
riusciva a comporre, a diventare sé stesso
e sé stesso in noi (invenzione a tre voci
di cui l'ultima è Dio) e a fumare la pipa,
rifilare scapaccioni alla bisogna e fare
l'amore con Anna Magdalena, tutto in sedici
battute per il tema più altre otto di sonno,
non scritte, da ripetere ad libitum, da capo
al fine, senza note – pardon – parole per
chiedersi prima dell'epoca dell'insoddisfazione


se era questa la sua vita
se la stava vivendo bene
se qualcun altro (Telemann
o il lattaio all'angolo) l'avrebbe composta
meglio di lui

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Non il peccato,
che è l'eternità a perdonare
con l'oblio,


ma il tedio, la chiave
chiusa nel cassetto, il cul-de-sac
sulla via mesolimbica,
le infinite ore di lavoro
senza passione, lo spazio vuoto
fra le due date sulla lapide:


l'essere servito a nulla:


ecco lo scacco della redenzione,
la faccia d'uomo sotto la maschera
di dio, golgota nascosto
dietro alla porta di un ufficio
di un quarto piano.

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Fermare la macchina sul ciglio, spegnere
il motore, scendere, scrocchiare dita e spalle,
prendere la via del campo.


Infangarmi le scarpe, bagnarmi il lembo
dei pantaloni. Affondare nelle zolle
arate di fresco. Allontanarmi dal rumore,
il soffio sull'asfalto di chi di tanto
in tanto passa e non guarda, lo striscio
che muore in eco. Cercare dove il cielo
s'intinge nella terra, prima della fila
dei gelsi, prima del boschetto
su cui incombe la nube. Accovacciarmi.


Raccogliere una manciata di terriccio
e guardarlo. In mezzo all'indistinto,
al vasto del pomeriggio, ammattire
e commuovermi per il lombrico, l'afide,
il granulo polimorfo, il rigurgito di dettaglio
anche in un pugno anonimo, non fatto per essere
cercato, per essere raccolto. Piangere.


E poi rialzarmi, lasciar cadere l'humus,
muto ritornare. 

                         Cosa che non ho fatto,
cosa che avrei potuto fare.

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Vorrei saper dire
l'ansia di non poter più asciugare
il latte che vedo spandere
sullo schermo da una bottiglia
in una pellicola del mille
novecento ottantotto

Il problema degli animali
è che l'anima li riempie
solo per cinque settimi
e, dice la nostra teologia,
ciò non basta all'immortali


sa
rà per questo che la cimice
che ora sonda la stanza
a tratteggio nel buio
non trova la finestra chiusa
che in effetti non sta cercando

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Lei lasciava correre un filo d'acqua
dalla fontanella del patio
che così era viva, diceva.


Lui cercava gli occhiali
per leggere il giornale
e sordo la chiamava a gran voce.
Si seguivano per stanze buie
ma aperte alla luce,
continuando a conoscersi.


Ora sanno il motivo di tutto
e come in ogni buon matrimonio
non hanno bisogno di dirselo.

Il problema degli animali
è che l'anima li riempie
solo per cinque settimi
e, dice la nostra teologia,
ciò non basta all'immortali


sa
rà per questo che la cimice
che ora sonda la stanza
a tratteggio nel buio
non trova la finestra chiusa
che in effetti non sta cercando

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